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"[...] Ho imparato che il male è più razionale, più guardingo, addirittura più coerente del bene". Il male e il bene hanno volti ambigui, a ridosso degli anni '90: l'Europa, alle prese con molti e importanti cambiamenti (politici, economici, sociali), muta radicalmente aspetto nel tentativo di accogliere e conciliare anime e popolazioni diverse, alla ricerca di un’unica voce. L'Italia, dal canto suo, con un brusco risveglio degno del miglior incubo apre gli occhi: dopo la cuccagna del decennio appena concluso si ritrova con il portafoglio più leggero, qualche sogno infranto, qualche politico dietro le sbarre. Ecco perché sono in pochi a prestare davvero attenzione a quanto si sta muovendo sulle sponde orientali dell'Adriatico: in quella grande regione chiamata Jugoslavia, entità storica e giuridica che ha amministrato il territorio della penisola balcanica per tutto il corso del XX secolo. Un vulcano, più che un territorio, una silente polveriera dove ben sei repubbliche e due provincie tirano a sé la coperta troppo corta dell'autonomia: rivendicando allo stesso tempo radici mescolate, ma non amalgamate. Nel cruciale 1990 i risultati delle elezioni multipartitiche indette nelle diverse regioni portano ad un'ancora più estrema e dettagliata frammentazione delle identità: è in quest'occasione che giungono alla ribalta alcuni dei nomi capaci di scrivere la "storia" nella sua accezione più nera, primo fra tutti Milosević, il boia eletto presidente della Serbia. Per troppi anni, dunque, il già fragile equilibrio della Jugoslavia diviene solo un pallido ricordo confuso dietro le cortine dei bombardamenti, macchiato dal sangue dei feriti e dei morti, gettato nelle fosse comuni a cielo aperto. È una strana guerra, però, quella dei Balcani, in cui si colpiscono più di frequente le biblioteche e le case della borghesia: un conflitto che sembra seguire ritmi indipendenti dal nostro altalenante sdegno, dove gli effetti della violenza assomigliano molto alle sue strane cause. L'Europa intera, intanto, e con essa l'Italia, resta a guardare l'infinito massacro come ad un incomprensibile scontro di etnie e tribù primitive, in cui nessuno potrebbe far nulla per placare un incontrollato dissidio di civiltà. Mascherando in modo eccellente la propria indifferenza dietro la simulazione della più ottusa ignoranza…
Che cos'è, davvero, la guerra? Quali sono le ragioni intrinseche che portano popoli confinanti, in alcuni casi addirittura fratelli, a dimenticare ogni legame per sprofondare nella violenza più atroce? Come si costruisce l'odio, ad uso e consumo delle telecamere? Maschere per un massacro, del giornalista Paolo Rumiz, pubblicato originariamente nel 1996 da Editori Riuniti e poi ristampato nel 2011 da Feltrinelli con una bella introduzione di Claudio Magris, è la perfetta, lucida, esatta chiave di volta per comprendere uno dei conflitti più complessi che il continente europeo ricordi: il primo, e più cruento, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando ogni cicatrice sembrava oramai definitivamente chiusa. Per molti degli osservatori esterni, siano stati essi politici o semplici cittadini, la guerra nei Balcani ha rappresentato un fenomeno ambivalente: qualcosa di molto, troppo vicino, da seguire in diretta scontro dopo scontro, e allo stesso tempo, forse proprio per questa sua incredibile prossimità, un fenomeno estremamente complicato, la rivelazione di un "oriente" agli antipodi del nostro occidente. Paolo Rumiz, con la precisione di chi, per mestiere, è abituato ad osservare attentamente i fatti e la partecipazione emotiva che solo un'autentica sensibilità dona, ripercorre la scissione della Jugoslavia in un viaggio dantesco “doloroso, affascinante e pieno di inganni, verso la rumorosa caduta del sipario che nasconde gli eventi”. Perché quello che Maschere per un massacro propone ai lettori non è soltanto una rilettura senza filtri di una battaglia assurda e straziante nelle sue infinite conseguenze: una "guida" nelle mille e più sfaccettature, nelle fazioni, negli accordi, negli strappi che caratterizzarono una guerra esplosa come una nuova peste moderna, a due passi dalle nostre graziose dimore. È, soprattutto, il disvelamento delle vere dinamiche che portarono ai massacri, alle violenze, alle torture: grazie a Rumiz cadono molto veli, bruciano molte maschere, rivelando infine il vero volto di questo "scontro etnico". Appare così più chiaro come tutto fu pianificato dall'alto, a tavolino, con calma e determinazione: come furono i presidenti e i generali a decidere e fomentare una battaglia che rinsaldasse la propria autorità, i propri singoli poteri, mascherando la dilagante e familiare corruzione della nomenclatura. Avvalendosi di testimonianze e documenti, Paolo Rumiz ci aiuta a riflettere sul fatto che un conflitto definito “razziale”, considerato alla stregua di uno screzio tra tribù, fu in realtà una stolta, stolida reazione a ciò che, fino a quel momento, aveva funzionato in modo soddisfacente: la convivenza, il multiculturalismo, la pacifica coabitazione tra culture diverse. Più che una lotta fra usi e costumi,ciò che si verificò nei Balcani è la storia di una colossale fregatura, in cui tutti hanno avuto la loro parte di imbroglio: la creazione di un conflitto ad hoc, di tipo etnico, il più facile da realizzarsi nel crogiuolo jugoslavo, per celare il vero scontro (tra una concezione arretrata e violenta della vita e una moderna, cosmopolita) e le vere ragioni (tutte politiche). Maschere per un massacro conta i caduti e cerca i colpevoli, ma allo stesso tempo inchioda alla luce straziante della responsabilità anche chi della guerra fu spettatore più o meno cosciente: costruttore di bugie per sé e per gli altri, nel frettoloso tentativo di archiviare un drammatico evento che non avrebbe portato voti, né altro consenso. Paolo Rumiz ha dunque scritto un saggio che, nel labirinto di pagine oscure e falsità che sempre accompagnano una guerra, tutti dovrebbero leggere: per vedere, finalmente, quanto si è malamente celato dietro blande e false semplificazioni costruite per una pigra audience, che non si è mai realmente sentita coinvolta.  Anche noi, uomini qualunque, possediamo del resto la facoltà di conoscere davvero la sostanza degli avvenimenti, suggerisce Maschere per un massacro: studiando, analizzando, andando oltre l’evidenza, senza farsi imbrogliare e imbrigliare da una verità artefatta che ci vorrebbe tutti proni, silenziosi, impauriti. Affinché la guerra non sia più solo una pacchia per pochi eletti, ma un orrore rifiutato da ogni essere umano, ora e sempre.

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